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UN SIGNORE D’ALTRI TEMPI: VI SVELO CHI È ATTILIO PANCIONI

 

La mia Ancona

Nell’accingermi a varcare le “colonne d’Ercole” della mia vita, provo ogni tanto a ricostruire, come in un puzzle, i principali frammenti della memoria. E rivivo così, un po’ con nostalgia, l’Ancona dell’infanzia e della giovinezza; l’Ancona che non era certo un paradiso terrestre, ma sicuramente una città più vivibile, più umana e più bella rispetto a quella caotica, sporca, a volte banale e anche un po’ mercenaria di oggi.

 

Così inizia il libro “C’era una volta Ancona … Storie del Novecento” (edizioni Libreria Tomo d’Oro” – Falconara M.) del giornalista e scrittore anconetano Attilio Pancioni, classe 1927.

Attilio esordì nel giornalismo all’età di 21 anni, approdando poi alla redazione marchigiana della RAI, dove rimase per ben 25 anni, prima di raggiungere l’età della pensione.

Conobbi Attilio lo scorso anno quando, con mia grande sorpresa, mi inviò una bellissima mail per complimentarsi della mia opera prima, il Doric Hotel.

Inutile dire che ne fui felicissima, soprattutto perché Attilio mi diede atto del buon lavoro di ricostruzione storica, quello che svolsi appositamente per la stesura del romanzo.

I ragazzi anconetani come lui, che hanno vissuto i feroci bombardamenti alleati del 1943, sono stati i lettori che mi hanno decisamente colpito di più. Sono stati lettori commossi, e spesso anche grati per qualcosa che avevo, secondo loro, restituito alla memoria di Ancona.

Ho solo cercato di fare quello che era nelle mie possibilità. D’altra parte, come si può dimenticare così in fretta la strage di S.Palazia, dove morirono in un sol colpo più di 700 anconetani … È una cosa che mi sono sempre chiesta. No, non si può.

Come non si può del resto dimenticare il ricordo dell’Ancona che fu. Ecco perché il libro di Attilio Pancioni mi è piaciuto tanto. Prima di tutto ho notato il suo stile garbato e signorile di scrittura. Mai aggressivo, mai arrogante, mai ridondante. E poi ci sono gli aneddoti. Tanti e spesso simpatici, a volte nostalgici per l’Ancona di un tempo.

Per una scrittrice in cerca di “dorica ispirazione” come me, gli spunti da annotare sono davvero numerosi. Attilio racconta in modo particolareggiato della sua vita da “birarello” presso l’Istituto del Buon Pastore, dei bombardamenti alleati, della sua vita da sfollato. Non mi rendevo conto, inoltre, della grave emergenza abitativa tipica del dopoguerra. Ad Attilio e alla sua famiglia fu formalmente assegnato dalle autorità il piccolo appartamento di un’anziana signora che, dopo la guerra, non diede più notizie di sé. Quando la legittima proprietaria, la maestra in pensione Ida Bastianini, si ripresentò per occupare la sua casa, successe un fatto quasi inconcepibile per la mentalità di oggi: si creò una convivenza pacifica e affettuosa che durò per anni tra la famiglia Pancioni e l’anziana proprietaria. Dico inconcepibile, perché se succedesse oggi una cosa del genere, almeno per come la vedo io, spunterebbero sicuramente fuori coltelli, minacce e denunce!

Poi che dire del racconto della legge Merlin e delle case chiuse di Ancona, con i suoi bordelli di prima, seconda e terza categoria. Attilio riflette giustamente sull’ipocrisia italiana. Il proibizionismo che alimenta inesorabilmente il fenomeno opposto, cioè quello della liberalizzazione di fatto. Come se la chiusura di un bordello eliminasse l’esercizio del mestiere più antico del mondo …

E il racconto commovente del dottor Socrate Veniteo, il medico che in città visitava gratuitamente i poveri, pagando loro anche le medicine necessarie?

Illuminante, poi, la narrazione dell’intervista che Attilio fece al generale Umberto Nobile, l’esploratore protagonista, nel 1928, della missione al Polo Nord a bordo del dirigibile Italia.

Insomma, nel libro c’è di tutto e di più, compresa una seconda parte dedicata agli amici anconetani, quelli che hanno lasciato un segno indelebile nei suoi ricordi.

Attilio mi ha anche regalato il suo libro “Bolle di Parole”, pieno di battute e frasi spiritose che alimentano il buon umore. Una persona davvero splendida, come poche.

Vi riporto ora il testo dell’intervista che gli ho dedicato (non mi sembra vero, io che intervisto un giornalista!).

 

Ciao, Attilio. Ci puoi spiegare in sintesi quali sono state  le tue esperienze lavorative?

Ho cominciato nel 1948 come corrispondente del quotidiano sportivo “Stadio” e come collaboratore della redazione anconitana del “Resto del Carlino”. Successivamente, sono  stato assunto come cronista al “Corriere Adriatico” (che allora si chiamava “Voce Adriatica”) e, nel 1964, sono passato alla Redazione regionale della Rai per le Marche dove ho lavorato per 25 anni arrivando all’incarico di caporedattore vicario. Negli anni in cui sono stato alla Rai, ho collaborato anche con  testate e rubriche radiofoniche e televisive nazionali, ad esempio “Cronache italiane” che andava in onda prima del TG delle 20 e che mi ha permesso di portare alla ribalta nazionale aspetti e personaggi originali e interessanti ma  poco conosciuti della nostra regione.

Una curiosità: hai notato un’evoluzione nelle caratteristiche dell’anconetano nelle tue esperienze di vita?

Sì, a parte quelle  legate all’evoluzione generale della società, ho notato che al carattere tradizionalmente riservato, schivo, direi minimalista, dell’anconetano, si sono aggiunte nel tempo  anche dosi piuttosto consistenti di pessimismo e di apatia. Siamo sempre pronti a criticare, a brontolare,  per le tante cose che nella nostra bella città non vanno per il verso giusto, ma poi non muoviamo un dito per contribuire a migliorarle. Kennedy diceva: “Non chiederti sempre che cosa lo Stato fa per te, ma anche che cosa tu puoi fare per migliorare lo Stato”. Ancona ha avuto nella seconda metà del secolo scorso amministratori con i controfiocchi, artefici di tante eccellenti realizzazioni che hanno arricchito la città e che hanno lasciato un segno tangibile, come ad esempio l’Università politecnica delle Marche. Un nome su tutti: il sindaco prof.Alfredo Trifogli.  Oggi …è buio pesto. La nostra città sembra allo sbando e penso che dovremmo darci tutti una “smossa”, ognuno nel proprio piccolo o grande che sia.

 Mi è piaciuto molto il tuo libro “C’era una volta Ancona”, perché ci sono tanti episodi curiosi e commoventi. A quali racconti tieni di più?

Si ama un libro quasi come un figlio per cui è difficile fare una classifica degli argomenti e stabilire quelli a cui si tiene di più. Direi comunque, tanto per citarne qualcuno, il ricordo della mia vita in un collegio per orfani, l’Istituto Buon Pastore di Ancona che era ubicato in via Fanti e che ora non c’è più. Vi sono stato “ricoverato” per sei lunghi anni, dal 1935 al 1941. La gente ci chiamava “birarelli” (dal nome del fondatore dell’Istituto, mons. Giuseppe Birarelli), e quando ci vedeva passare per la strada con le nostre belle divise blu e gli scarponi chiodati (per non consumare le suole) ci guardava con un misto di simpatia e compassione. Ho un solo ricordo bello del collegio: c’era all’interno una valida scuola di musica, con la banda, ed ho potuto così non solo studiare ed apprezzare la musica, ma anche imparare a suonare uno strumento, la tromba. Quanto al resto, non consiglierei a nessuno… di rimanere orfano di padre a 5 anni.

In altri capitoli del libro ho dato la testimonianza di come si viveva ad Ancona settanta-ottanta’anni fa, ricordando anche il periodo tremendo della guerra e dei bombardamenti aero-navali subiti dalla città, la vita grama degli anconetani sfollati nei paesi circostanti, ecc. ma il tutto alleggerito  con il racconto anche  di episodi ameni o curiosi. Come quello relativo alle origini del “Rione della fettina” (il Rione Adriatico), o quello sul periodo dell’oscuramento notturno obbligatorio per non dare riferimenti agli aerei nemici, a proposito del quale accenno ad un episodio quasi comico avvenuto nella zona del porto e di cui fu “vittima” un capo-fabbricato tenuto per legge a controllare che da nessuna finestra del suo palazzo trapelasse la luce. Vedendo invece una finestra illuminata, egli si mise a gridare “Luce! Luce!” e a quel punto ebbe come risposta una fragorosa pernacchia. Al che, egli si affrettò a precisare: “Ho detto LUCE e non DUCE!”. Ma amenità a parte, nel libro racconto anche altre vicende serie, come la storia del “Corriere Adriatico”, gli esordi della Rai ad Ancona, la nascita della FARFISA, il terremoto del 1972 e tanti altri avvenimenti legati alla nostra città.

Come è nata la tua esperienza di scrittore?

E’ nata… leggendo. Sì, per scrivere bisogna leggere molto e acquisire così  non solo cultura ma soprattutto una maggiore apertura mentale che ti aiuta a capire meglio gli altri e anche ad essere un severo critico di te stesso. Il resto poi l’ha fatto la mia professione di giornalista che mi ha dato una capacità di sintesi che ritengo assai utile anche nello scrittore. C’è chi dice in venti pagine ciò che si può benissimo dire e far capire bene in dieci righe. Io detesto i libri che superano le 250, massimo 300 pagine, a meno che non siano capolavori assoluti tipo la “Divina commedia”.

Ho notato nei tuoi scritti il valore particolare dell’amicizia. Puoi dirci di più?

Vedi, i parenti buoni o cattivi, brutti o belli, sono quelli che il buon Dio ci ha mandato. Gli amici, no. Sono quelli che noi abbiamo scelto. E per averli scelti, e conservati, vuol dire che essi ci aggradano… Mi viene in mente una battuta a proposito dell’amicizia: vero amico è colui che ti conosce e fondo e, nonostante ciò, ti vuol bene. Agli amici miei ho dedicato un intero capitolo del libro.

Dove si possono trovare i tuoi libri?

In qualche libreria di Ancona e dintorni, specie presso la Libreria “Tomo d’oro” di Falconara che di alcuni miei volumi è stata l’editrice. Devo dire che i miei libri non hanno avuto tirature molto elevate, per cui, passato il momento del lancio e delle ottime recensioni apparse sui giornali, le vendite sono via via scemate per poi attestarsi attorno… allo zero. Giorni fa ho visto con piacere un mio libro in una bancarella di Piazza Cavour. Se è esposto in una bancarella – ho pensato – vuol dire che il bancarellaro (che se ne intende) lo ha ritenuto valido per la possibile vendita. Non è male…

Ci mostri un po’ di tue foto?

Sì, volentieri. Vado per ordine: la prima è una mia foto accanto all’acquerello sul porto di Ancona di Arrigo Ranuncoli che ho utilizzato perla copertina del libro “C’era una volta Ancona…”; a seguire, da destra: con il poeta Francesco Scarabicchi che presentò il mio libro alla sala Pegoli di Falconara e il manifesto stampato per tale presentazione; io tra Terenzio Montesi e il poeta Scarabicchi alla presentazione dello stesso libro nella Sala della Mediateca di Ancona; una mia immagine ai tempi della Rai, nella redazione del TG3 Marche; una foto del 1987 in un’intervista a Carmelo Bene, nella casa della contessa Anna Leopardi (seduta fra noi due) a Recanati dove il famoso attore recitò – a modo suo – dal balcone del Palazzo comunale l’Infinito in occasione del 150° anniversario della nascita del Poeta; l’ultima è…storica: si tratta della tessera di corrispondente del quotidiano sportivo Stadio ai miei esordi nel giornalismo nel lontano 1948. 

Simpaticissimo Attilio, grazie!

Ciao a tutti voi!

Luisa

Attilio Pancioni nella redazione Rai di Ancona - 1978
Intervista a Carmelo Bene ( agosto 1987)  con la contessa Anna Leopardi a Recanati
Tessera del quotidiano sportivo STADIO rilasciata nel 1948

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