Luisa Mazzocchi nasce a Foligno, ma vive fin da piccola nella dorica Ancona, dove tuttora abita con il marito e i due figli.

Sin da subito Luisa è stata attratta dal fascino del meraviglioso capoluogo marchigiano, dalle sue storie e dai suoi posti, dai suoi profumi e dai suoi colori.

Questa attrazione magica ha fatto sì che Luisa sia probabilmente la scrittrice più apprezzata dalla critica e dal pubblico per libri che trattano di Ancona.

Minnie è una gattina curiosa dai grandi e intensi occhi azzurri che Luisa, mentre scrive, tiene sempre al proprio fianco.

Luisa è laureata in Giurisprudenza e lavora da diversi anni come funzionario della pubblica amministrazione.

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Qualche domanda per conoscere meglio Luisa...   Come è nata l'idea di scrivere?

Il "buon proposito" di scrivere un libro è nato moltissimi anni fa, insieme a tanti altri obiettivi che mi ero prefissata nella vita. In molti mi hanno chiesto perché mi sono lanciata in questa avventura. La risposta non è così semplice. In realtà, credo che il mestiere di scrittore non possa essere assolutamente improvvisato. Non è possibile mettersi a tavolino e dire:"Adesso scrivo un romanzo!", e poi lambiccarsi il cervello fino a quando non arriva l'ispirazione. Le storie devono nascere spontaneamente dalla fantasia, dall'osservazione della realtà. Il mondo che ci circonda offre spunti infiniti. A volte mi capita di vedere in strada delle scene apparentemente insignificanti, ma che possono ispirarmi intere storie: una coppia che litiga al ristorante, un bambino sperduto e impaurito che cerca la mamma tra la gente, una donna anziana che inciampa e cade per la strada. Il difficile sta nel trasporre queste trame ideali su carta, quando bisogna attingere al proprio bagaglio culturale e al proprio indispensabile spirito di abnegazione. L'impegno del libro può durare mesi, anni; la tentazione di mollare tutto il lavoro può arrivare in ogni momento, in modo implacabile. Aggredisce con forza e, senza nessun preavviso, fa accartocciare fogli, cancellare files sul computer, considerare l'idea di pubblicare un libro una cosa ridicola e banale. Ecco perché bisogna amare la propria opera e credere fermamente nelle potenzialità che questa possiede. È l'unico consiglio di base che potrei dare ad un aspirante autore: credere in quello che egli crea e non mentire a se stesso; se la fiducia nel proprio romanzo è scarsa sicuramente anche gli altri lo avvertiranno nel leggerne il contenuto, figuriamoci un editore. La padronanza dell'italiano e la fantasia sconfinata non bastano se lo spirito di abnegazione e la fiducia nelle capacità espressive possedute trovano posto soltanto sotto le proprie scarpe, no?

Per contro, nemmeno la superbia aiuta, come in tutte le cose.

Un ultima cosa: alcuni lettori mi hanno chiesto come è possibile riuscire a descrivere in maniera suggestiva i sentimenti e le emozioni provate dai personaggi dei libri. Ebbene, se con certe sensazioni non si ha familiarità, bisogna cercare di immaginarle isolandosi dal mondo, come in un gioco di ruoli. Si può diventare un bambino, un'anziana, un uomo, una donna, un soldato, un detenuto, una suora, un paracadutista e persino uno scrittore affermato! È possibile arrivare a risultati inaspettati, anzi, vi dirò che nemmeno gli attori di professione potranno mai avere così tante scelte … Io sono riuscita addirittura a correre sotto i bombardamenti del '43, sorprendendo persino i testimoni di quelle giornate terribili …

E il Doric Hotel?

La storia del Doric Hotel è nata prima dell'idea del romanzo, quando di fronte alla lapide dell'ex rifugio di via Birarelli ho immaginato le vicende tragiche dei bombardamenti del primo novembre 1943. La città di Ancona ha vissuto un dramma terribile in quel periodo, qualcosa che soprattutto gli anconetani non dovrebbero mai dimenticare. In quel rifugio, a torto considerato sicuro, sono morte centinaia di persone in cerca di salvezza dai bombardamenti alleati. Ancona non può dimenticare quello che è successo in quegli anni di dolore e di disperazione. Nel mio libro ho tratto spunto dal ricordo di quella strage cercando di far interagire personaggi di oggi,  giovani e anziani, apparentemente lontanissimi tra loro. Penso che la memoria dell'anziano di oggi, quello che ha vissuto la sua gioventù in quei periodi difficili, rappresenti una fonte inesauribile di ricordi storici, a volte imprevedibili, affascinanti, degni della più grande attenzione da parte dei nostri giovani. Con il mio romanzo ho cercato di dare un piccolo contributo alla mia città, troppo spesso accusata (anche dagli stessi abitanti) di inerzia e di scarsa vivacità culturale. Ancona è una città meravigliosa, dotata di angoli bellissimi, scorci fantastici, ha un fascino antico, a volte oscuro, in grado di poter ispirare, con la sua particolare bellezza, non uno, ma centinaia e centinaia di romanzi... Sfido chiunque a dimostrare il contrario.

 Pensi che continuerai a scrivere?

Molti anni fa, un attore di teatro (dilettante ma bravissimo) mi disse che gli era impossibile, se non con una grande amarezza, liberarsi dell'emozione travolgente della recitazione. Era sempre necessario ripeterla: una sorta di terapia mista a dipendenza. Ebbene, io penso che la scrittura abbia delle caratteristiche molto simili a quel tipo di arte: permette un viaggio profondo nella coscienza, costringe chi scrive a calarsi nella mente e nelle situazioni dei propri personaggi; in ogni protagonista o antagonista della storia viene riportato qualcosa di chi scrive, un pensiero ricorrente, una vicenda vissuta, un sentimento inespresso. Spero che questa passione, anche se tardiva nel mio caso, si traduca in un'esperienza duratura e avvincente perché tutti lo sappiamo, il successo personale, le vendite e gli elogi sono relativi. C'è soltanto una cosa che spaventa davvero un autore: perdere creatività, voglia di scrivere e di condividere.

Tornando al Doric Hotel, qual è il genere letterario del romanzo?

Bella domanda. Me lo sono chiesto anche io quando ho parlato per la prima volta con Andrea, il mio editor della Italic peQuod (storica e prestigiosa casa editrice anconetana). È stato lui stesso a darmi una risposta: il Doric Hotel spazia tra il genere sentimentale, lo storico e il fantastico. L'aspetto fantastico è quello spirituale del romanzo, quello che il lettore attento e sensibile percepisce immediatamente perché richiama il valore della memoria, la memoria intesa come trasmissione di cultura, sentimenti, tradizioni, valori appunto. Nelle apparizioni delle ragazze del '43 c'è il richiamo della nostra storia che non vuole e non deve essere mai dimenticata. Il valore dell'amicizia è poi il collante che unisce tutti i personaggi del libro, come in un'unica e vera chiave di lettura. La lapide che ricorda la strage del rifugio delle carceri è stata il vero portale che mi ha proiettato nella storia. Il vento forte, la nebbia e il fumo che hanno avvolto la protagonista di fronte a quel luogo, rappresentano simbolicamente l'ispirazione che mi ha condotto alla scrittura del romanzo. Una vera e propria avventura, qualcosa che non si poteva abbandonare nell'oblio del tempo ...

 

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